L’effetto Stroop nella percezione della lettura

Una volta appreso a leggere perfettamente, questa pratica diventa per noi un’azione automatica. Per esempio, vedendo un tabellone pubblicitario mentre guidiamo l’automobile siamo portati a leggere anche senza volere: capiamo che le “forme” sul tabellone sono lettere e parole, e questo è sufficiente per farci scattare l’abitudine a leggere (motivo per cui chi usa tali cartelloni solo per scrivere “Distrarsi alla guida può essere fatale” dovrebbe porsi qualche domanda sulla propria intelligenza). Una dimostrazione divertente è l’effetto Stroop, dal nome dello psicologo americano John Ridley Stroop che l’ha descritto nel 1935: esso riguarda una variazione nei tempi di reazione nell’esecuzione di uno specifico compito. Ma quale compito? Guardando la figura sottostante bisogna dire, il più rapidamente possibile, in quale colore sono stampate le parole nelle due colonne.

effettostroop

Quando le parole indicano cose qualunque (colonna a) il compito è facile e riusciamo a dire correttamente VERDE, ROSSO, NERO e così via in poco tempo. Quando le parole indicano invece nomi di colori che non si accordano coi colori in cui esse sono stampate (colonna b) il compito diventa difficile: bisognerebbe dire VIOLA, BLU, ROSSO, ma si è spinti a dire VERDE, ROSSO, BLU proprio perché siamo spinti a leggere. Essendoci un conflitto tra quanto leggiamo (VERDE) e quanto dovremmo dire (VIOLA) perdiamo tempo per scegliere la risposta giusta e, molto spesso, sbagliamo. Un espediente per pronunciare senza difficoltà il colore delle parole nella seconda colonna potrebbe essere quello di socchiudere gli occhi in modo da vedere il colore senza distinguere la parola.

Nel campo sperimentale della psicologia cognitiva, l’effetto Stroop è un test formato da 100 parole e usato in due circostanze diverse. La prima è quando si vuole misurare la velocità di lettura, la capacità di nominare i colori e quella di vincere il conflitto fra il colore da nominare e la parola indicante un colore diverso. La seconda circostanza è quando si vuole provocare uno stress leggero e momentaneo (ve ne sarete accorti anche voi: il compito genera un poco di tensione) e misurarne le conseguenze immediate.

Cosa c’è nella botte del San Bernardo?

Il San Bernardo è certamente uno dei cani più conosciuti al mondo, e prende il nome dal Colle del Gran San Bernardo. Utilizzato sin dall’età del bronzo per attraversare la catena montuosa delle Alpi, su questo valico i Romani costruirono un tempio a Giove nel loro cammino di conquista verso nord e successivamente nel 1049 Bernardo di Mentone, canonizzato san Bernardo di Aosta nel 1681, costruì un Ospizio per i viaggiatori sulle rovine del tempio.

Qui, tra 1560 e 1660, iniziarono ad essere allevati i simpatici cagnoloni addestrati al soccorso alpino che tutti abbiamo presente, come piccoli spazzaneve e come animali da trasporto, ma anche per la protezione dai briganti, grazie a donazioni da parte delle famiglie nobili del Vallese. Impegnati come compagni di giochi, cani da guardia o da salvataggio, spesso vengono illustrati in mezzo alla neve ed al ghiaccio delle Alpi intenti a salvare lo scalatore di turno dall’assideramento, con l’immancabile botte di grappa – o brandy, dipende dai gusti – attaccata al collare.

st-bernards-1

La storia del San Bernardo con la borraccia al collo nasce da un quadro del 1820 del diciassettenne pittore inglese Sir Edwin Henry Landseer, Alpine Mastiffs Reanimating a Distressed Traveler (“Mastini delle Alpi che rianimano un viaggiatore in difficoltà”). Nella tela uno dei due cani ha una piccole botte di grappa al collare, ma dare da bere alcolici a chi rischia di morire per ipotermia è una delle azioni più sconsiderate che si possano compiere: l’alcool è difatti un potente vasodilatatore, che aumenta la perdita di calore dal corpo umano. Il dipinto ha poi fatto il giro del mondo divenendo l’icona del cane San Bernardo per eccellenza, costruendogli però attorno una storia tutta sbagliata.

È curioso comunque notare che i monaci della Alpi a tutt’oggi offrano agli escursionisti visite guidate con cane San Bernardo al seguito, con tanto di fiaschetta di grappa appesa al collare. E nel prezzo è compresa anche la bevuta finale.

Perché un cammello, nella cruna di un ago?

cammello

E’ una delle frasi più celebri in assoluto del Nuovo Testamento, e si trova sia nel Vangelo di Luca che quello di Matteo:

E’ più facile infatti per un cammello passare per la cruna d’un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio! (Luca 18:25)

Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio (Matteo 19:24)

Il significato è incontrovertibile: per godere del regno dei cieli bisogna essere poveri, poiché la ricchezza, intesa come fine a se stessa e scopo ultimo della vita, conduce alla perdizione. Molto particolare, però, è la scelta del cammello, la quale ha fatto aggrottare le ciglia a generazioni di fedeli e non.

La spiegazione potrebbe stare in un errore di traduzione: le possibilità, in tal caso, sono addirittura tre.

La prima ipotesi è che risalga ai tempi di San Gerolamo, il patrono dei traduttori, che tradusse in latino parte dell’Antico Testamento greco e successivamente l’intera Bibbia, dando vita alla Vulgata. Egli, distrattamente, potrebbe aver trascritto “kamelos” al posto del molto simile “kamilos“, che però ha un significato differente, indicando una grossa fune o una gomena di nave.

Un’altra possibilità è che si tratti di un caso di iotacismo, cioè di un errore di scrittura, frequente nei manoscritti greci, dovuto alla confusione dei grafemi “i” “ē“, “ei”, “oi” e “y”, che nel greco tardo e bizantino avevano tutti assunto la medesima pronuncia i della lettera iota.

La terza ipotesi fa riferimento alla versione aramaica e considera una possibile confusione tra i termini “gamla” (cammello) e “gamta” (filo robusto).

In tutti e tre i casi la versione corretta sarebbe “E’ più facile che una grossa fune passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio“. Sicuramente il parallelo perderebbe di particolarità, ma il significato non cambierebbe. L’utilizzo di “gomena” inoltre sarebbe più azzeccato considerando gli interlocutori di Gesù, gli apostoli, tra cui vi erano pescatori e marinai del lago di Tiberiade, a cui il parallelo sarebbe apparso più evocativo e diretto.

Sarebbe quindi corretto correggere la traduzione di questi versetti? Non c’è coesione a riguardo. Secondo alcuni, infatti, non esistono manoscritti che riportino la variante kamilos. La versione del Vangelo sarebbe soltanto un modo eccentrico di esprimere il concetto. Dall’altro lato vi è anche chi ha sostenuto che la “cruna dell’ago” vada intesa come una strettissima porta d’ingresso a Gerusalemme, che le guide mostrerebbero ancora ai turisti desiderosi di conoscere l’origine del detto biblico: ovviamente questa porta non esiste.

Infine, vi è che si affida al Talmud babilonese (uno dei testi sacri dell’ebraismo) per far presente che anch’esso contiene un modo di dire simile, “Chi può far passare un elefante per la cruna di un ago?”, e sostenere che detti simili fossero comuni all’epoca, senza dover cercare traduzioni alternative. In fondo anche al giorno d’oggi si utilizzano espressioni particolari che studiate nel loro significato letterale appaiono assai strane, come l’inglese “It’s raining cats and dogs” per indicare un grosso temporale. Non manca però chi fa notare che il Talmud è stato redatto in forma scritta soltanto verso l’inizio del III secolo d.C.: è quindi possibile che sia proprio il Vangelo ad aver influenzato il detto citato, sgonfiando la giustificazione.

Anche perché, a onor del vero, in Palestina non ci sono elefanti.

cammello_religione

Ma è vera la maledizione di Tutankhamon?

tutankhamon

Una delle storie più suggestive che affiancano le realtà storiche dell’antico Egitto sono le maledizioni dirette a chi avesse profanato le tombe dei Faraoni. La più famosa è sicuramente quella relativa alla tomba del Faraone Tutankhamon: tra le poche ad esserci giunte intatte e l’unica tra esse di un sovrano, perciò la più ricca in assoluto.

Howard Carter studia il sarcofago dopo il ritrovamento

Howard Carter studia il sarcofago dopo il ritrovamento

La tomba di Tutankhamon è il luogo di sepoltura, nella Valle dei Re, del giovanissimo sovrano della XVIII dinastia che salì al trono a 9 anni e morì a 18, poco prima di compierne 19. La morte in così giovane età è stata spiegata sinora soltanto elencando un certo numero di possibili concause, senza dare possibilità di una diagnosi univoca. Il re soffriva di piede equino (l’angolo tra la gamba e il piede era superiore di 90°), aveva malformazioni anche al piede sinistro, soffriva di Malattia di Kohler (una rara malattia infantile delle ossa del piede) e benché di giovanissima età era alquanto fragile: per tutti questi motivi necessitava di bastoni per camminare, presenti nella tomba e usurati, quindi non semplice parte del corredo. Alcuni di tali disturbi, tra loro sommati, potrebbero essere stati responsabili di infiammazioni cumulative e immuno-soppressive in un soggetto, perciò, debilitato ed in cui una infezione malarica potrebbe essere stata fatale.

800px-tutankhamun_valley_of_the_kings_luxor

Ingresso della tomba a Luxor

La tomba è numerata come KV62 (KV sta per Kings’ Valley), ma il numero non è collegata con la successione storica dei regni: nel 1827 l’egittologo inglese John Gardner Wilkinson numerò le tombe già scoperte da 1 a 22 seguendo l’ordine geografico da nord a sud, e da quella data si proseguì in ordine di scoperta.

La tomba venne scoperta dalla missione di scavo di Howard Carter, finanziata da George Herbert, V conte di Carnarvon. La scoperta del primo gradino dei sedici della scala che avrebbe portato alla tomba vera e propria risale al 4 novembre 1922, come si evince dal diario di Carter.

taa_i_2_21_175to6

“First steps of tomb found”

E’ da qui che inizia il mito. Il corrispondente al Cairo del “Daily Express”, infatti, pubblicò un articolo (ripreso poi dal “Daily Mail” e dal “New York Times”) che riportava il ritrovamento della seguente iscrizione:

Quelli che entrano nella sacra tomba verranno subito toccati dalle ali della morte

Non esistono iscrizioni simili. Quella che si avvicina di più, posta su un altare dedicato al dio Anubi, è:

Sono io che impedisco alla sabbia di ostruire la camera segreta. Sono a protezione dei defunti.

Ma questa non è una novità: tale divinità era infatti la protettrice delle necropoli e in generale del mondo dei morti. Perché pubblicare allora una notizia inesatta?

Mentre Carter preparava la spedizione, sir Artur Conan Doyle (già giunto nel periodo della sua vita in cui credeva anche alle fate) aveva già piantato i semi di una “terribile maledizione” nelle menti dei giornalisti. Quando il finanziatore di Carter, lord Carnarvon, morì per il morso infetto di una zanzara a qualche settimana dall’apertura della tomba (il 5 aprile 1923), Marie Corelli, autrice di sensazionali best-seller e particolarmente attenta ai temi spirituali nelle sue opere (la Dan Brown di inizio ‘900), affermò di non averlo mai avvisato di ciò che sarebbe accaduto se avesse rotto il sigillo della tomba.

Certo, la superstizione riguardo alle mummie non era nuova: l’inventrice assoluta della tematica della mummia che torna in vita per vendicarsi dei profanatori della sua tomba era stata nel 1828 Jane Loudon Webb con il suo La mummia!. La febbre riguardo alla maledizione della mummia crebbe e si diffuse in molti racconti, ma ebbe sicuramente il suo apice in occasione della scoperta della tomba di Tutankhamon: peccato che, come abbiamo appena detto, l’interesse attorno alla scoperta venne nutrito da una sparata sensazionalistica a scopo pubblicitario, priva di basi (un po’ come i +++ clicca qui +++ odierni). La bufala venne ideata anche in funzione delle pochissime notizie che trapelavano, sia per la lentezza delle operazioni di “svuotamento” della tomba (l’autopsia del faraone risale al 1925, tre anni dopo la scoperta), sia per l’esclusiva mondiale data ad un giornale americano dallo stesso Lord Carnarvon, che tagliò fuori tutti gli altri quotidiani dell’epoca da ogni informazione, innescando così una violenta campagna denigratoria nei confronti della scoperta.

Non si è mai trovata comunque, in nessuna tomba egizia, nessuna maledizione.

Per quanto riguarda la tomba di Tutankhamon, soltanto la morte del finanziatore è “riconducibile” temporalmente all’apertura della stessa, come si evince dalla seguente tabella:

immagine

In media i partecipanti alla spedizione morirono oltre i 68 anni, a più di 24 anni dall’apertura del sepolcro.

La stessa Lady Evelyn, figlia di Carnarvon, che partecipò attivamente alle fasi iniziali della scoperta della tomba, nata nel 1901, morì nel 1980, mentre il medico D.E. Derry, che eseguì la prima autopsia sul corpo di Tutankhamon, morì nel 1969, all’età di 87 anni. Delle 26 persone presenti all’apertura della tomba, solo sei morirono nell’arco dei dieci anni successivi; delle 22 presenti all’apertura del sarcofago solo due morirono nei successivi dieci anni mentre delle 10 persone presenti allo sbendaggio della mummia nessuna morirà sempre nei dieci anni successivi a tale operazione.

Questa storia però non vuole saperne di sparire. Ancora nel 1970, 48 anni dopo, quando la mostra degli oggetti provenienti dalla tomba fece il giro di tutto l’Occidente, un poliziotto di San Francisco che vi faceva la guardia lamentò un leggero attacco cardiaco dovuto alla “maledizione della mummia”.

Satana non è il re dell’Inferno

Satana in "Leo and Satan" (Webserie)

Satana in “Leo and Satan” (Webserie)

I cartoni animati hanno avuto un ruolo essenziale nell’influenzare l’idea che molte persone hanno di Satana. L’immagine caratteristica è infatti quella di un demone rosso con corna sporgenti dalla testa, una coda a punta a forma di freccia ed un forcone in mano, seduto come un re all’Inferno, col potere di determinare dove ogni persona andrà e le punizioni inflitte a coloro che sono dannati per l’eternità. Questa immagine non potrebbe però essere più lontana dalla verità, e non in un’ottica atea secondo cui non esista vita oltre la morte, un Inferno su cui regnare e il diavolo stesso, ma nella stessa teologia cristiana.

3650584-satan-editorial

Non serve ripercorrere le origini di Satana nelle mitologie medio-orientali mesopotamica, egizia e zoroastriana per passare alle sue prime apparizioni nella Tanakh (la “Bibbia ebraica”, che corrisponde all’incirca all’Antico Testamento), dove tra l’altro viene citato solo quattro volte ed è relegato ad un ruolo minore. La maggior parte dei demoni che vengono citati, infatti, sono in realtà delle divinità presenti nei pantheon cananei ed egizi, che sono stati “demonizzati” in seguito alla divisione degli antichi israeliti dal popolo di Canaan e dalle altre popolazioni che all’epoca risiedevano in Palestina e nel Levante, per ragioni di carattere nazionalistico e indipendentista. Va detto che al giorno d’oggi il giudaismo ortodosso ha rivisto questi passi, e nega l’esistenza di una qualunque entità spirituale che non sia Dio (quindi angeli e demoni propriamente detti), considerandoli rispettivamente come o messaggeri umani o emanazioni impersonali della potenza di Dio/realizzazione di una sua azione e appellativi di malattie/catastrofi.

E’ il Nuovo Testamento a presentare in maniera molto più diffusa la figura di Satana, rendendola una figura prettamente cristiana. Nelle narrazioni su Gesù egli acquisisce un ruolo molto importante come tentatore o accusatore. Viene inoltre associato a numerosi demoni-divinità straniere del Tanakh, come Baal (figura centrale della religione fenicia) o Beelzebub (divinità filistea), e a figure mostruose della mitologia ebraica, come il Leviatano, soprattutto nell’Apocalisse di San Giovanni.

E’ stata importante, nel travisamento, l’interpretazione di Matteo 10:28. Rientra tra le disposizioni che Gesù fornisce ai suoi apostoli nell’affidare loro la missione di evangelizzazione: egli avverte i suoi seguaci che gli uomini malvagi li avrebbero perseguitare ingiustamente, e li ammonisce di riportare con coraggio la verità senza temere le ripercussioni. Si arriva quindi al versetto citato:

E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima. Temete piuttosto colui che può far perire e l’anima e il corpo nella Geenna.

La Geenna è la valle di Ennom a sud-ovest di Gerusalemme, maledetta dal re Giosia perché sede del culto di Moloch, cui venivano offerti sacrifici umani, e destinata a discarica della città: ardendovi continuamente il fuoco per quanto detto, nel Vangelo è presa a simbolo dell’Inferno. Molti studiosi della Bibbia che hanno letto questo versetto hanno erroneamente supposto che Gesù stesse dicendo che Satana ha il potere di distruggere l’anima e il corpo nella Geenna. Satana però non ha mai avuto questo potere: Gesù si riferisce infatti a Dio come suo detentore.

Proprio Gesù in Apocalisse 1:10 dice: “Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi.“. La seconda parte di uno dei versetti più noti della cristianità, l’investitura di Pietro in Matteo 16:18, toglie ogni dubbio residuo: “E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.

Inoltre, l’apostolo Paolo spiegò ai cristiani di Roma che non “né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potestà, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura” potrebbero separarli dal “amore di Dio, che è in Cristo Gesù” (Romani 8: 38-39). I seguaci di Paolo a Roma avrebbero potuto scegliere di rifiutare Dio di loro spontanea volontà, ma nessun potere esistente, tra cui quello di Satana, li avrebbe potuti prendere dalle mani di Dio e gettare all’inferno.

Dio quindi, secondo il Cristianesimo, è una potenza infinitamente superiore al demonio, in quanto suo creatore ed essere onnipotente, perciò fondamento del suo essere e della sua essenza (come per tutte le altre sue creature): la visione cristiana non divide il mondo in un’equa lotta tra il bene e il male.

Satana non ha quindi il potere o la capacità di lanciare o trascinare nessuno all’Inferno. A leggere Matteo 25:41 si deduce al contrario che l’Inferno è stato concepito per punirlo:

Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!

Satana non è nemmeno ancora stato all’Inferno, e non ne è il re: sarà Dio a gestire il destino finale di Satana, di cui leggiamo in Apocalisse 20: 1-10 (in particolare 10):

1 Poi vidi un angelo che scendeva dal cielo e avea la chiave dell’abisso e una gran catena in mano.
2 Ed egli afferrò il dragone, il serpente antico, che è il Diavolo e Satana, e lo legò per mille anni,
3 lo gettò nell’abisso che chiuse e suggellò sopra di lui onde non seducesse più le nazioni finché fossero compiti i mille anni; dopo di che egli ha da essere sciolto per un po’ di tempo.
4 Poi vidi dei troni; e a coloro che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. E vidi le anime di quelli che erano stati decollati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e di quelli che non aveano adorata la bestia né la sua immagine, e non aveano preso il marchio sulla loro fronte e sulla loro mano; ed essi tornarono in vita, e regnarono con Cristo mille anni.
5 Il rimanente dei morti non tornò in vita prima che fosser compiti i mille anni. Questa è la prima risurrezione.
6 Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione. Su loro non ha potestà la morte seconda, ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui quei mille anni.
7 E quando i mille anni saranno compiti, Satana sarà sciolto dalla sua prigione
8 e uscirà per sedurre le nazioni che sono ai quattro canti della terra, Gog e Magog, per adunarle per la battaglia: il loro numero è come la rena del mare.
9 E salirono sulla distesa della terra e attorniarono il campo dei santi e la città diletta; ma dal cielo discese del fuoco e le divorò.
10 E il diavolo che le avea sedotte fu gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta; e saran tormentati giorno e notte, nei secoli dei secoli.

Non vi è quindi alcuna indicazione nella Bibbia che suggerisca che Satana sarà “in carica” all’Inferno più di ogni altra creatura infedele verso Dio. Egli non troverà piacere nella sua seconda morte eterna, e non godrà di alcun tipo di autorità o di privilegio speciale a quel punto: condividerà con gli altri peccatori il “pianto e stridore di denti”  (Matteo 8:12, 22:13).

"Lucifer Re dell'Inferno" di Gustave Doré

“Lucifer Re dell’Inferno” di Gustave Doré

Una delle opere che sicuramente ha influenzato maggiormente i posteri, che dà invece una descrizione del diavolo come il plenipotenziario della fossa infernale, è la Divina Commedia di Dante Alighieri. Si legge nel canto XXXIV dell’Inferno:

Lo ‘mperador del doloroso regno
da mezzo ‘l petto uscìa fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,

che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto
ch’a così fatta parte si confaccia.

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,
e contra ‘l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui proceder ogne lutto.

Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand’io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;

l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa
sovresso ‘l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta:

e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde ‘l Nilo s’avvalla.

Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’io mai cotali.

Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:

quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangea, e per tre menti
gocciava ‘l pianto e sanguinosa bava.

Da ogne bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.

A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ‘l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.

«Quell’anima là sù c’ha maggior pena»,
disse ‘l maestro, «è Giuda Scariotto,
che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;

e l’altro è Cassio che par sì membruto.

Ma allora, nell’attesa della condanna eterna, cosa fa Satana secondo le Scritture? Trascorre il suo tempo tra il cielo e la Terra, nella sua opera di tentazione:
6 Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro. 7 Il Signore chiese a satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Da un giro sulla terra, che ho percorsa». [Giobbe, 1]
8 Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno a guisa di leon ruggente cercando chi possa divorare. [Prima lettera di Pietro, 5]
Il background di Satana è invece frutto di interpretazione più che della lettura letterale dell’Antico Testamento, poiché la sua descrizione come angelo caduto è quella comune alla visione patristica (accettata cioè dai padri della chiesa come Tommaso D’Aquino, San Benedetto, San Girolamo ed altri). Essa si basa su un passo dell’Antico Testamento del profeta Isaia, che viene tradizionalmente interpretato come un riferimento a Satana anche se il suo nome non compare mai. Non è una svista o una mancanza: tali brani si riferivano in realtà al re di Babilonia, che i cortigiani adulavano chiamandolo “Portatore di Luce” (in latino Lucifer). Isaia, nella sua invettiva contro il re di Babilonia, che inizia con “In quel giorno il Signore ti libererà dalle tue pene e dal tuo affanno e dalla dura schiavitù con la quale eri stato asservito. Allora intonerai questa canzone sul re di Babilonia e dirai: «Ah, come è finito l’aguzzino, è finita l’arroganza!” (Isaia, 14: 3-4), gli rinfaccia questo soprannome dicendo, per l’appunto:

Come mai sei caduto dal cielo,
astro del mattino, figlio dell’aurora?
Come mai sei stato steso a terra,
signore di popoli?

Eppure tu pensavi nel tuo cuore:
Salirò in cielo,
sopra le stelle di Dio
innalzerò il mio trono,
dimorerò sul monte dell’assemblea,
nelle vera dimora divina.
Salirò sulle regioni superiori delle nubi,
mi farò uguale all’Altissimo.

I Padri della Chiesa tennero conto del frequente accostamento di Babilonia al regno del peccato, dell’idolatria e della perdizione sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento e identificarono il Lucifero di Isaia con il Satana di Giobbe e dei Vangeli. Anche un altro passo del profeta Ezechiele (28:12,14-16) riferito al re di Tiro può essere riletto in quest’ottica, poiché contiene espressioni che potrebbero applicarsi anche a Satana.

Tu eri un modello di perfezione,
pieno di sapienza,
perfetto in bellezza.
Eri come un cherubino ad ali spiegate a difesa;
io ti posi sul monte santo di Dio,
e camminavi in mezzo a pietre di fuoco.
Perfetto tu eri nella tua condotta,
da quando sei stato creato,
finché fu trovata in te l’iniquità.
Crescendo i tuoi commerci
ti sei riempito di violenza e di peccati;
io ti ho scacciato dal monte di Dio
e ti ho fatto perire, cherubino protettore,
in mezzo alle pietre di fuoco.

Strano a dirsi, nel nuovo Testamento il nome “Lucifero” compare solo per indicare la stella del mattino e in senso traslato Cristo, la cui futura seconda venuta in terra segnalerà l’inizio di un mondo nuovo di luce.

Sicuramente su queste basi si fonda la dettagliata e straordinaria storia di Satana in versione “Lucifero” narrata dal poeta inglese John Milton nel poema epico Paradiso Perduto (Paradise Lost, 1667), che racconta esattamente della ribellione e della guerra in Cielo, della caduta, della Creazione del mondo (posteriore alla caduta di Lucifero) e dell’uomo, e infine della tentazione e della caduta di Adamo ed Eva. Nonostante l’ortodossia non lo identifichi come sovrano dell’Inferno, rimane comunque scolpita nella storia della letteratura la citazione più famosa del Lucifero di Milton:

Here we may reign secure, and in my choice
to reign is worth ambition though in Hell:
Better to reign in Hell, than serve in Heaven.

Per quanto sarebbe più aulico terminare con Milton, in un articolo riguardo Satana il qui presente appassionato di cinema preferisce menzionare per concludere la grande interpretazione di Al Pacino in “L’avvocato del diavolo“, in cui praticamente regge la scena da solo e di cui ci godiamo uno spezzone del gran finale.

I pipistrelli sono ciechi?

I Chirotteri (meglio noti come pipistrelli) sono mammiferi: allattano, cioè, i loro piccoli e hanno il corpo ricoperto di pelo. Tuttavia hanno una proprietà unica tra i mammiferi, ovvero la capacità di volare attivamente proprio come fanno gli uccelli: ci riescono grazie a una speciale modificazione della struttura di mano e braccio, trasformati in ala.

ala-pipistrello Continua a leggere

Hitler era vegetariano?

91560_adolf_hitler

Molto è stato detto attorno alla dieta del Fuhrer tedesco, sfruttando in vari contesti l’ipotetica dieta vegetariana di Hitler giustificandola tramite le motivazioni più disparate: cosa c’è però di vero? Vi sono numerose fonti, le quali riguardano diversi periodi della vita di Hitler e che, riunite, portano a concludere che Hitler abbia adottato almeno parzialmente, se non completamente, una dieta vegetariana a ridosso della Seconda Guerra Mondiale. Continua a leggere

Voltaire non disse che avrebbe dato la vita per la tua opinione

voltaire

Avete presente quella bellissima frase che recita “Non condivido le tue idee ma darei la vita per permetterti di esprimerle” o “Disapprovo ciò che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo“, a seconda delle varianti? Viene generalmente attribuita a Voltaire, alias Francois-Marie Arouet, filosofo francese vissuto nel 18° secolo e considerato tra i massimi esponenti dell’Illuminismo. Per quanto reindirizzarne la paternità non ne riduce l’efficacia o ne cambia il suo significato, è comunque corretto attribuirla alla sua legittima autrice. Continua a leggere

Parliamo di Rogue One

static1-squarespace

Dopo avervi tediato lo scorso anno con quello che era più un commento sardonico della trama di episodio 7 che una sua recensione (lo potete trovare qui), è il momento di raccogliere le forze per concentrarsi sull’ultimo prodotto legato all’universo di George Lucas: lo spin-off Rogue One – A Star Wars Story. Continua a leggere

Babbo Natale non veste in rosso e bianco per merito della Coca-Cola

georgia-atlanta-coca-cola-santa-claus-thomas-nast

Babbo Natale è innegabilmente una delle figure più rappresentative della festa che ci accingiamo a festeggiare. In molte culture, infatti, è la figura che si occupa di distribuire doni ai bambini durante la sera e la notte della vigilia di Natale. Il suo tipico faccione roseo da nonno amorevole e il suo vestito rosso e bianco sono ormai parte della cultura di massa, ma è anche nozione diffusa che questa non fosse la sua veste originaria: spesso infatti si sente dire che fu la Coca-Cola che, utilizzandolo nelle sue pubblicità, convertì il vestito di Babbo Natale da verde a rosso. Vediamo per quale motivo non corrisponde al vero. Continua a leggere